1 – LA VITA CHE EDUCA

 

Educare vuol dire educarsi. Non ci sono scuole, né libri, né parole che valgano l’esempio di una vita che “parla” silenziosamente attraverso il comportamento quotidiano delle piccole cose. E queste sono frutto di una disciplina interiore che attinge a convincimenti profondi, maturati attraverso l’esperienza di una vita coerente e raggiunti attraverso la fatica di pensare: tutto ciò trasmette un’immagine più eloquente di ogni sermone di circostanza, di ogni frase fatta attinta al vocabolario del perbenismo di facciata, di ogni predica ricca di cultura ma priva del profumo della verità vissuta, di ogni cattedrattica dissertazione nella quale si avverte solo il compiacimento di chi ama parlar parole. Trasmettere tale immagine è  il modo di educare che rinnova la società.

2 - EDUCAZIONE E RELIGIONE

 

La risposta facile al  perché della sfiducia dei giovani nei confronti della religione in generale ed alla Chiesa in particolare, cui gli avversari ricorrono con troppa facilità, è costituita dal riferimento alla emersione di comportamenti non propriamente angelici da parte di chi va dicendo “fate i bravi, ve lo diciamo in nome di Dio…”. I maligni dicono che la frase dovrebbe essere così completata “cercate di farlo almeno voi…”. Chiaramente non vale la pena di adontarsi raccogliendo la provocazione; quello che conta è individuare una “strategia” che serva per risalire la china in modo silenzioso ed efficace, facendo leva sul ripensamento “ab imis fundamentis”  del credo che viene diffuso e praticato, tenendo d’occhio lo stretto rapporto fra il dire e il fare; ovvero la dinamica della coerenza in ordine alla fede. Giova ricordare in proposito quanto scrive il cardinale Martini nel libro “Pietro-le confessioni”ed, San Paolo- distribuito insieme ad uno degli ultimi numeri di Famiglia Cristiana. Ricordando che l’autorevolezza di Martini gli aveva consentito di instaurare un dialogo molto serrato attraverso la “Cattedra dei non credenti”, in ciò precedendo la metodologia del dialogo Bergogliano. Leggiamo a pagina 43 queste precise parole: sono molte le persone che vanno in chiesa, recitano preghiere, ma in realtà per loro Dio non significa quasi nulla. Lo stesso può accadere nella vita ecclesiastica: ci si attiene a prescrizioni, si rispettano certe leggi, ci si sforza di acquistare qualche virtù senza tuttavia vivere il dinamismo della fede perché la presenza del Dio vivente è spenta”.

Forse perché si dimentica che questo Dio è gratuità, e che noi, nulla, siamo santi nella misura in cui Lui ci rende tali: probabilmente è questo quello che pensava il pubblicano che stava pregando in fondo al tempio. Forse così si spiega perché  il sacerdote e il levita passarono oltre mentre il samaritano si fermò a soccorrere chi aveva bisogno di  lui lungo il sentiero; forse  è ancora per questo che Madre Teresa di Calcutta avvolgeva nel suo saio i miserabili moribondi trovati per strada, abbracciandoli , condividendo la loro sporcizia e senza tentare di convertirli alla “vera religione”. Forse educare rendendo credibile ciò che si insegna si riduce semplicemente a viverlo. Papa Francesco ci prova: confidiamo che ci riesca.

3 – IL DOLORE CHE EDUCA

Considerando il fatto che oggi l’informazione propone ai giovani , con dovizia di particolari, tutte le “porcherie” della vita, dando l’illusione di diventare, con la loro frequentazione, adulti e uomini superiori, forse non sarebbe male metterli anche a contatto con la realtà del dolore che pur avvolgendo questa disastrata umanità sembra lasciarla del tutto indifferente. Recenti scoperte “scientifiche” hanno decretato che la maturazione dei giovani di 18 anni è pari a quella dei loro coetanei di 16: ci sarebbe un ritardo di due anni. Sembra che i politici italiani stiano per decidere di avviare alla conoscenza diretta del lavoro i giovani delle ultime classi superiori, nell’evidente intento di farli “maturare” facendo loro conoscere la realtà del lavoro. Il nostro amico Brambilla - -un artigiano che si è fatto da sé sudando sette camice e continua a farlo con  altrettanto sudore -  dice che, secondo il suo buon senso, mandare un bamboccione (sempre che sia veramente tale) a provare il lavoro d’ufficio o in una fabbrica non vuol dire per questo cambiare automaticamente il suo atteggiamento di fronte alla vita; anzi il fatto di mandarlo “umanamente” impreparato e schiavizzato dal  “telefonino” potrebbe danneggiare anziché aiutarne la maturazione. Il Brambilla sostiene che la lettura della realtà della vita avviene attraverso la presa di coscienza del dolore che ne attraversa le maglie: è scritta nelle corsie degli ospedali, nei ricoveri per anziani, nelle case di recupero per tossicodipendenti, nei centri di accoglienza per  handicappati, nelle case di cura per  malati terminali, nella fila per la minestra dei poveri, negli orfanotrofi, nelle case di rieducazione per ex carcerati, sulle coperte dei diseredati  che dormono per le strade……  visite guidate che portassero a contatto, con i dovuti accorgimenti, con queste realtà, interpretandole in modo costruttivo, suggerendo magari anche solo temporanei interventi (che dire, per esempio, di una settimana passata a servire i pasti nella mensa dei poveri?) non costituirebbero un bel complemento delle esperienze nel campo del lavoro? Il “telefonino” portato appresso potrebbe fermare qualche immagine il cui richiamo, ad esperienza avvenuta, potrebbe ricordare a chi lo possiede  che la vita è “anche” questa. Resta da chiarire se il Brambilla è un pedagogo attendibile o, più semplicemente, disprezza il “telefonino”. Però potrebbe anche essere un uomo di semplice buon senso che magari, per le esperienze fatte, “sa che cos’è la vita”. E vorrebbe suggerire al padre dell’ ”adoratore del telefonino”, di dirgli durante una visita alla realtà del dolore: “guarda, pensaci e ragionaci su per conto tuo. Non mi importa sentirmi dare ragione, perché la ragione si dà anche ai matti; mi interessa che tu acquisti la dolorosa saggezza che insegna la realtà della vita.”Con ciò risolviamo il problema? Basta un padre che dia ascolto al Brambilla o non serve piuttosto “un’intera società, una società che abbia la forza di cambiare rotta!”. Nel frattempo i piccoli scafi dei nostri giovani continuano ad andare alla deriva.

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