1 . CURARE E PRENDERSI CURA

Quando l’uomo si ammala risente di determinati disturbi che sono la causa della malattia che lo affligge; rimuovere tali alterazioni del suo stato di salute significa propinargli una “cura” fatta di rimedi atti ad eliminarli. Così il fisico è risanato, la cura è stata prestata. La moderna medicina scientifica ha fatto grandi passi nella cura delle malattie, mettendo a disposizione dell’operatore sanitario numerosi e sofisticati strumenti tecnici. A ben guardare però la persona del malato, la sua parte “spirituale” è come emarginata da un simile approccio: se faccio un intervento chirurgico al signor (X) do  una pillola, faccio un intervento chirurgico al signore y,…… con ciò gli restituisco la salute del corpo, e lo “rispedisco”. C’è chi obietta  che questo modo di procedere ignora l’unità psicofisica del malato quale essere umano che “vive” la malattia anziché “ esserne vissuto”; dunque un approccio sanitario realistico dovrebbe tener conto della personalità, non solo della malattia che affligge la  persona. Il che significa non solo curare ma piuttosto “prendersi cura” cioè entrare in un rapporto empatico col malato, che non è una macchina guasta ma una unità psicofisica che vive la malattia e non ne è passivamente “vissuto.”. Curare e prendersi cura, due visioni dell’uomo e quindi due agganci diversi rispettivamente  alla  malattia di un malato e al malato di una malattia. Se basta “curare” è sufficiente scegliere e formare operatori sanitari che siano  dei bravi tecnici,  rendere loro disponibili tecnologie avanzate, tener conto dell’impegno economico connesso alla prestazione sanitaria, organizzare la struttura che “cura” come un’azienda efficiente: il malato è un “cliente” al quale fornire una o più prestazioni che hanno un costo da tenere costantemente sotto controllo: l’ospedale è una azienda ospedaliera.. Se occorre “prendersi cura” si rende necessario formare degli operatori sanitari in grado di stabilire un rapporto empatico col malato, assumendo un atteggiamento di compartecipazione, di sintonia, di compassione. Il rapporto empatico deve necessariamente coinvolgere anche l’ambiente familiare del malato, stabilendo un dialogo che si snodi intorno ad una “persona” oggetto di una comune sollecitudine. Il curare e il prendersi cura affondano le radici in una diversa dimensione etica,  in una diversa visione dell’uomo? Uomo solo biologia o uomo corpo e spirito (o anima se si vuol aprire una finestra sull’orizzonte religioso)? A nostro avviso, così posta, si tratta di una divaricazione eccessiva che nella realtà può trovare  una più o meno accentuata “armonizzazione” nella deontologia professionale che per sua natura non può prescindere in termini esclusivi dai due aspetti: per effetto della “unità” dell’uomo, che ci propone la realtà, i due aspetti si richiamano e si compenetrano a vicenda; anche se non si può negare che oggi vi sia una marcata tendenza a privilegiare gli aspetti che qualificano il curare, sotto l’ombrello protettivo della scienza. Curare e prendersi cura si riflettono anche sulla tipologia dell’organizzazione, la destinazione delle risorse economiche disponibili, l’elaborazione dei controlli nei confronti di enti ed operatori, la stessa selezione-formazione-valutazione degli operatori sanitari: e qui viene chiamata in causa anche la qualità della docenza universitaria e l’immagine della medicina che trasmettono i cosiddetti “luminari” attraverso il loro comportamento. Né manca di interferire la “filosofia”, degli uomini politici chiamati ad interpretare ed attuare il dettato costituzionale in materia sanitaria, facendo della  democrazia  un “modo di essere” della comunità, e quindi, prima ancora, un “modo di pensare” se stessa e il ruolo di ciascun suo componente: il che si traduce nella cultura che informa di sé la  “qualità” del legiferare in materia sanitaria. Certamente è auspicabile che il “prendersi cura” veda sempre più impegnati i detentori del potere, i quali  in presenza dei profondi mutamenti sociali in atto dovrebbero focalizzare la loro attenzione in modo particolare sui più deboli, sugli anziani, sulla solitudine del  malati cronici, sui soggetti affetti da malattie rare e neglette, sulla sofferenza psichiatrica che ancora presenta alcune “ smagliature”……: C’è da chiedersi tuttavia  se non è utopico formulare un tale auspicio in una società dominata dagli adoratori-gestori del dio denaro, dalla emarginazione dei più deboli colpevolizzati per essere tali, dalla “meritocrazia” intesa come competizione esasperata ed elemento di rottura di ogni comunità a cominciare da quella aziendale, dalla morale fai-da-te che rinnega la necessità di credere in qualcosa o in qualcuno, da una moltitudine crescente di persone anziane coinvolte nella cultura dello scarto. La realtà in cui viviamo ci induce perfino a chiederci se la sanità è ancora in grado di difendere  la dignità del morire. “La morte amica” è un libro (tradotto in 16 lingue) di Marie de Hennezel - psicologa e psicanalista dell’unità di cure palliative presso l’ospedale della città universitaria a Parigi- che dovrebbero leggere tutti coloro che sono chiamati ad operare, a vario titolo, in campo sanitario. L’autrice pratica con i suoi pazienti una disciplina ancora poco nota, l’aptonomia, basata su un approccio tattile affettivo mediante il quale li accompagna alla morte ; aiutando contemporaneamente le persone a loro care a riconciliarsi con l’ineluttabile evento. “La morte, la nascondiamo come se fosse vergognosa e sporca. Nella morte, vediamo soltanto orrore, assurdità, sofferenza inutile e penosa, scandalo insopportabile: è invece il momento culminante della nostra vita, ne è il coronamento, quello che le dà  senso e valore. Resta comunque un immenso mistero, un grande punto interrogativo, che ci portiamo dentro nell’intimità più profonda”. Così scrive Marie de Hennezel, che riferendosi alla propria esperienza professionale ispirata al  “prendersi cura” aggiunge, tra l’altro “ Pur avendo frequentato la morte ogni giorno, da anni, mi rifiuto di banalizzarla. Al suo cospetto, ho vissuto i momenti più intensi della mia vita. Ho conosciuto il dolore di separarmi da coloro che amavo, l’impotenza di fronte al progredire della malattia, i momenti di rivolta davanti al lento degrado fisico di quelli che accompagnavo, quelli dello sfinimento, con la tentazione di abbandonare tutto; non posso negare la sofferenza e talvolta l’orrore che circondano la morte. Sono stata testimone di solitudini sconfinate, ho sentito il dolore di non poter condividere certe pene, perché ci sono livelli di disperazione così profondi che non possono essere spartiti. Ma allo stesso tempo ho la sensazione di essermi arricchita, di aver conosciuto momenti di umanità incomparabile, di una profondità che non cambierei con nulla al mondo, momenti di gioia e di dolcezza, per quanto possa sembrare incredibile… Lo spazio- tempo della morte è, per chi accetta di entrarci e di guardare al di là dell’orrore, un’occasione indimenticabile di intimità”. Questa è la testimonianza di un’operatrice sanitaria abituata a “prendersi cura”. Francois Mitterrand definisce questo libro “una lezione di vita. La luce che dispensa è più intensa di quella di molti trattati sulla saggezza. Perché non propone tanto un pensiero, quanto una testimonianza sulla più profonda delle esperienze umane”.

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